Il giovane Carlo Alberto Dalla Chiesa nella Resistenza marchigiana

di Marco Severini

Il giudizio storico sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è assodato: protagonista prima dello smantellamento delle organizzazioni teroristiche e poi di una lotta senza quartiere contro la mafia in Sicilia che gli risultò fatale – venne assassinato a Palermo il 3 settembre 1982 insieme alla sua seconda moglie e a un agente della scorta –, Dalla Chiesa viene ricordato come uno dei maggiori protagonisti e servitori dell’Italia repubblicana. La sua morte e i suoi funerali, nel corso dei quali solo il presidente della Repubblica Sandro Pertini poté muoversi liberamente (le altre personalità politiche furono spintonate, circondate e colpite da monetine), scossero profondamente l’opinione pubblica nazionale, come raramente era avvenuto nella storia italiana. Eppure pochi ricordano che l’esordio del giovanissimo tenente dei carabinieri, appena ventitreenne, si ebbe in territorio marchigiano, a San Benedetto del Tronto, all’indomani dell’8 settembre 1943.

Nato a Saluzzo il 27 settembre 1920, Carlo Alberto fece propria la tradizione di famiglia, visto che il padre Romano era maresciallo dei carabinieri e avrebbe raggiunto nel 1955 il grado di vice comandante dell’Arma e il fratello Romolo divenne pure carabiniere. Dopo aver trascorso infanzia e adolescenza in giro per la penisola, al seguito dei periodici trasferimenti di servizio del padre, si arruolò volontario, allo scoppio della seconda guerra mondiale, come allievo ufficiale. Uscito dalla Scuola militare di Spoleto, il 1° ottobre 1941, con la nomina di sottotenente, Dalla Chiesa fu inviato con il 120° reggimento di fanteria nei Balcani dove rimase circa un anno e ricoprì la carica di aiutante maggiore in seconda, partecipando ad alcune incursioni in Montenegro e tornando dal fronte con due croci di guerra. Il 12 ottobre 1942 passò all’Arma dei Carabinieri, ricevendo quale primo incarico il comando della tenenza di San Benedetto del Tronto.

Nella città rivierasca, Dalla Chiesa giunse nella tarda estate del 1943, trovando un generale sentimento di depressione e di paura per lo sbandamento successivo all’8 settembre e la conseguente occupazione nazista; prese alloggio presso una bella villa di proprietà della famiglia Sorge e tra i suoi compiti ebbe il controllo e l’ispezione della flottiglia della guardia costiera. Non ebbe dubbi da quale parte schierarsi. La principale preoccupazione delle forze antifasciste e delle autorità militari locali (carabinieri e finanzieri) fu quella di salvare la flottiglia sambenedettese – corrispondente a 26 imbarcazioni, per lo più motopescherecci – per evitare che cadesse in mano tedesca. Così, tra il 12 e il 15 settembre, agendo di concerto con gli armatori, i partigiani e le autorità, il tenente Dalla Chiesa e il maresciallo maggiore dell’Arma Luciano Nardone, disarmarono i pescherecci, sottrassero le armi e le trasportarono prima nella locale caserma della Guardia di Finanza e poi nelle grotte di Monte Brucicchio, appena sopra il centro rivierasco.

Queste armi vennero utilizzate sia dai partigiani piceni nei tragici scontri del Colle San Marco (2-5 ottobre 1943) sia nelle attività della prima organizzazione partigiana locale, la banda “Postiglione” – dal nome del maggiore Italo Postiglione che la comandò – che, dal 19 settembre, pose le proprie basi nella zona tra San Benedetto e Ripatransone. In una situazione di continuo pericolo, Dalla Chiesa, che vide cadere per mano nazista il maresciallo Nardone e il carabiniere Isaia Ceci, aderì alla banda “Postiglione”.

Il tenente piemontese, insieme al guardiamarina Giovanni Nebbia, si rese protagonista di un’ulteriore audace azione nella notte tra il 4 e il 5 ottobre: venuto a sapere attraverso una signora austriaca che lavorava come interprete presso una locale fabbrica di pesce in scatola che i tedeschi intendevano giungere l’indomani da Ancona per sequestrare la flotta peschereccia e trasferirla sotto il loro comando presso il porto dorico, Dalla Chiesa informò le autorità partigiane che, a loro volta, decisero di trasportare i natanti nelle coste del Sud liberato dagli alleati; Dalla Chiesa e Nebbia ragguagliarono di notte ad uno ad uno gli armatori che frettolosamente riuscirono ad imbarcarsi verso Termoli e le Isole Tremiti, guidati da Nebbia, evitando così il sequestro tedesco. Ormai inviso ai tedeschi, anche perché si rifiutava di dare la caccia ai partigiani, era tempo per Dalla Chiesa di lasciare le Marche: fu la proprietaria di casa, Yone Sorge, che, avendo notato una mattina l’arrivo di una camionetta di tedeschi, lo esortò a scappare in tutta fretta.

Il giovane ufficiale dell’Arma riuscì, verso la metà di dicembre, ad allontanarsi da San Benedetto grazie all’aiuto di Elio Tremaroli che lo fece imbarcare a Martinsicuro su un motopeschereccio adibito dagli inglesi al recupero di prigionieri delle zone occupate. È stato lo stesso Dalla Chiesa a rievocare quegli eventi in un documento raro ed inedito conservato dalla sig.ra Annelise Nebbia, figlia del suddetto guardiamarina, documento utilizzato quindici anni fa nell’ambito di una tesi di laurea discussa presso l’Università di Macerata. Il 16 dicembre 1943 Dalla Chiesa, dopo essersi incuneato insieme ad altri patrioti tra le linee nemiche, raggiunse un’area dell’Italia liberata; successivamente venne riassegnato alla tenenza di Bari città in cui conseguì due lauree, Giurisprudenza e Scienze politiche, e conobbe la napoletana Dora Fabbo, figlia di un ufficiale dell’Arma, più giovane di lui di otto anni, che sarebbe diventata nel 1945 sua moglie. Quella di Dalla Chiesa, giunto alla sua prima nomina in un territorio a lui sconosciuto e qui sorpreso dalla caduta del regime e dall’8 settembre, fu una scelta chiara, esplicita, senza tentennamenti dalla parte di chi con coraggio e sacrificio contribuì a costruire l’Italia democratica e repubblicana.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
M. Nese, E. Serio, Il generale Dalla Chiesa, Adn Kronos, Roma 1982, pp. 10-11; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino 1989, pp. 387-390; M. Severini, Intorno alla Resistenza marchigiana e fanese, in «Nuovi studi Fanesi», 19, 2005, pp. 155-161.Id., Il filo sottile. Legami di famiglia, intrecci di storia, Pensiero e Azione Editore, Senigallia 2015, pp. 82-86.

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