La Resistenza delle donne

di Lidia Pupilli

Per decenni l’idea di Resistenza, e anche la riflessione storiografica su di essa, è stata monopolizzata da un paradigma maschile e guerriero, l’ultimo esito di un’antica concezione della cittadinanza basata sulla prerogativa di portare le armi, privilegio e dovere che, ovviamente, espungeva le donne dal perimetro della comunità politica. È come se la lotta armata, avesse a lungo sussunto tutta l’esperienza storica della Resistenza, che invece si dischiude in un orizzonte più ampio e complesso, plurale ed eterogeneo. A farne le spese è stata in primo luogo la Resistenza delle donne, oggetto, però, dagli anni Settanta, di una riscoperta decisiva e di un rinnovamento degli studi innervato dall’apporto della storia sociale e dalla feconda interazione con le istanze del femminismo.

Non ci sono pieghe o settori del composito spettro resistenziale da cui le donne risultino assenti, con la significativa eccezione, come ricorda Anna Bravo, dei ruoli di prestigio e di potere: dalla lotta armata ai compiti logistici e di approvvigionamento, dal trasporto delle munizioni alla stampa e propaganda, dal sostegno ai militanti in difficoltà all’assistenza e all’organizzazione sanitaria le donne ci sono. Alla fine del 1943 nasce addirittura un’organizzazione di massa tutta femminile riconosciuta dal Cln, i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà, che, grazie all’azione delle sue aderenti (70.000), nonché di un bacino più ampio di partecipanti, assolve molteplici compiti: assistenza ai prigionieri politici e alle loro famiglie, raccolta di quanto necessario alle formazioni partigiane, cura ai partigiani infermi, aiuti alla diserzione, organizzazione di scioperi e manifestazioni di massa contro la guerra, le esecuzioni, le deportazioni e, addirittura, contro le evacuazioni forzate, in favore di salari più adeguati e per la distribuzione di derrate alimentari.

Si tratta di attività tanto pericolose – le donne si espongono con coraggio a rischi concreti, fra cui morte e deportazione – quanto essenziali alla sopravvivenza della galassia partigiana e che fungono pure da argine, da contraltare agli sfregi e alle lacerazioni che la guerra e l’occupazione infliggono alle comunità. Un complesso di iniziative e modalità che in buona parte rientrano nel dominio della Resistenza civile, quella condotta senza armi e che, pur coinvolgendo anche gli uomini (ad es. deportati, militari internati, etc.), vede le italiane giocare un ruolo da protagoniste e mettere in campo un maternage di massa, una gigantesca opera di difesa e di aiuto verso chi è braccato e si trova in difficoltà (basti pensare alla crisi dell’8 settembre) che è di contestuale opposizione al nazi-fascismo. Il materno è un simbolo potente che può anche essere usato per ingannare il nemico, aiutando a dissimulare sotto una coltre rassicurante le reali intenzioni delle donne, ma che non assorbe completamente l’esperienza femminile. Alle spalle diverse e composite sono le motivazioni che portano ad agire: ci può essere l’adesione ai richiami dei Gruppi di difesa della donna, a quello dei partiti antifascisti o le trame possono poggiare su altri circuiti, parentali, di quartiere, di amicizia, situandosi a metà strada fra pubblico e privato.

D’altro canto uomini e donne vengono sospinti verso la Resistenza da un complesso di fattori aperti a diverse combinazioni, fra cui il rifiuto della guerra, la difesa della patria dall’invasore, istanze di libertà e giustizia sociale, motivazioni politiche, religiose o umanitarie, etc. Ma è opportuno ricordare che, se la scelta resistenziale di molti uomini viene mediata dalla renitenza alla leva di Salò, quella delle donne, libere da obblighi militari, è del tutto volontaria; un elemento sottolineato da Marisa Ombra nel rimeditare la propria esperienza alla luce delle relazioni di genere (Ombra, 2009, pp. 42-43): Ho ripensato al tema della differenza sessuale, nel contesto della Resistenza. Evidentemente la differenza era percepita, dagli uni come dalle altre. Credo di poter aggiungere che forse questa percezione era ricacciata indietro, o tenuta sotto controllo […]. Nel pericolo, in primo piano scattano stima, rispetto, amicizia senza riserve […]. Passava un sentimento di intimità tra noi, difficile da descrivere […]. Tuttavia credo di poter dire, senza allontanarmi troppo dalla realtà, che qualche percezione c’era.

Per il fatto che noi ragazze per la prima volta stavamo misurando e scoprendo le nostre vere possibilità e capacità e scoprivamo che, nella sfida con i ragazzi, noi non eravamo da meno. Per il fatto che, per la prima volta nella storia, stava succedendo qualcosa di mai visto prima. Per il riconoscimento, da parte dei ragazzi, che nessun bando obbligava noi ragazze ad andare in guerra. E questo faceva la differenza. Questo e altro era presente. La partecipazione femminile si carica di rivendicazioni per il futuro, in primis la parità fra uomo e donna e in questo senso il programma dei Gruppi di difesa è chiaro, ma anche all’interno di un’esperienza innovativa e di rottura si registra la sopravvivenza di stereotipi del passato e il riflesso di strutture patriarcali: dalla consistente riproposizione del materno e dei connessi ruoli di cura e assistenza alla minimizzazione dell’essenziale e rischioso lavoro logistico delle staffette (termine che spesso evoca una dimensione ancillare dietro cui si cela un ventaglio di ruoli e di competenze, la stessa Ombra ricorda che «il lavoro della staffetta non era solo prezioso, era davvero il più difficile.

Richiedeva prontezza di riflessi, capacità di mimetizzarsi e anche di improvvisare e recitare parti che potessero risultare credibili. Richiedeva sangue freddo e lucidità […]. Ombra, p. 34), dai sentimenti ambivalenti suscitati dalla scelta di imbracciare le armi, che conduce solo pochissime al grado di comandante e di commissario politico, al divieto, intimato a molte, di sfilare insieme agli uomini nei giorni gloriosi dell’insurrezione (una realtà raccontata anche da Fenoglio ne I ventitré giorni della città di Alba) fino ai criteri, prevalentemente militari, per vedersi riconosciuta la qualifica di partigiana o di patriota (le cifre parlano di 35.000 partigiane e 20.000 patriote). Anche le Marche, la cui Liberazione si conclude ai primi di settembre del 1944, registrano le tante gradazioni della Resistenza femminile: ci sono le gappiste, come Antonietta Giannini, del gruppo Santo Stefano di Osimo, e le donne, non solo italiane ma deportate straniere che, riuscite a scappare, si ritrovano in montagna. C’è chi inizia aiutando i prigionieri alleati fuggiti dai campi, come Antonia Albanesi, ventiquattrenne dell’Acquasantano, che organizza anche un gruppo femminile per la raccolta dei beni necessari ai partigiani finendo per unirsi a loro dopo essere caduta sotto l’attenzione del fascio, scelta che implica la separazione dal figlio.

L’aiuto offerto a un disertore della Legione Tagliamento, che asserisce di essere stato costretto ad arruolarsi, costa invece la vita ad Angela Lazzarini, fucilata a Certalto, località di Macerata Feltria, nel giugno 1944 dopo essere stata violentata. A salvare dalla deportazione moltissimi militari imprigionati in seguito all’occupazione tedesca di Ancona sono ancora una volta donne: provvidenziale è la rete creata da alcune sarte che prestano servizio alla Caserma Villarey, fra cui Alda Renzi Lausdei e Irma Baldoni di Cola (vedi Mimma e Alda, eroine civili e dimenticate di Ancona). Molte vivono la Resistenza in famiglia, come le sorelle Alba e Aurora Matteucci che, sfollate ad Arcevia, decidono di entrare, col beneplacito dei genitori, nel movimento partigiano svolgendo in qualità di staffette compiti logistici, di copertura e relativi alla stampa che fanno loro correre non pochi pericoli. Anche le due Sarti, Bianca e Lelia, stupiscono per l’apparente contrasto fra l’aspetto dolce ed esile, da ragazzine, e la capacità di agire con nervi saldi e disinvoltura: quando la prima viene scoperta, finisce internata a Bologna riuscendo però a fuggire e a guadagnare la medaglia d’argento al valor militare.

Lea e Sparta Trivella, nate a La Spezia, hanno alle spalle l’esperienza del fuoruscitismo quando rientrano in Italia nel 1943, aderendo da subito alla Resistenza pesarese per poi fondare i Gdd. La giovanissima fanese Leda Antinori, impegnata nella Resistenza come la sorella Iva, risale la vallata del Metauro fino alla Gola del Furlo trasportando armi, informazioni, stampa; viene torturata dalle SS dopo essersi consegnata spontaneamente per salvare dei compagni, ma non parla. Imprigionata e condannata a morte, riesce a fuggire da Bologna grazie a un bombardamento, tuttavia, mentre cerca di tornare a piedi a Fano patendo la fame e il freddo, viene nuovamente arrestata poiché scambiata dai polacchi per una delatrice. Scagionata da questa ingiusta accusa, è ormai minata nel fisico e, in capo a qualche mese, muore di tubercolosi a soli diciotto anni. La vicenda di un’altra giovanissima partigiana, Magda Minciotti, deportata in Germania con suo fratello, e impiegata come lavoratrice coatta a Norimberga, è stata ricostruita di recente grazie alla pubblicazione del suo intenso diario.

Nel Montefeltro, fra Marche e Umbria, si muove una banda ricca di presenze femminili, quella di Samuele Panichi, comunista libertario già emigrato negli Stati Uniti: a questa formazione, poi Distaccamento del V Battaglione della V Brigata Garibaldi Pesaro, appartengono sua figlia Rosalussimburg, detta Rosina, Iole, Rita e Lionella Terradura, sorella di Walchiria che, giunta con padre e sorella dall’Umbria, partecipa alla lotta armata come comandante del Gruppo Settebello, facente capo al suddetto distaccamento, scelta per quel ruolo dai suoi stessi compagni. Destinataria di diversi mandati di cattura, partecipa ad azioni rischiose facendo anche saltare dei ponti e ottenendo la medaglia d’argento al valor militare: «La mia vita alla macchia fu una fatica continua per sopravvivere, una lotta impari in cui fui sorretta, come tutti, da una grande volontà di vittoria. Ho combattuto contro i tedeschi e contro i fascisti e sono orgogliosa di quella mia scelta perché so di aver contribuito anch’io a sconfiggere quelle dittature che allora soffocavano il mondo» (Terradura, 2007).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
A. Bravo, Resistenza civile, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000. W. Terradura, Partigiana tra i monti del Burano, in «Patria indipendente», 11 marzo 2007. http://www.storiamarche900.it/main?p=TERRADURA_Walkiria R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, affinità elettive, Ancona 2008. M. Ombra, La bella politica. La Resistenza, «Noi donne», il femminismo, prefazione di A. Bravo, Sei 21, Torino 2009. Anpi, «Noi compagne di combattimento…». I Gruppi di Difesa della Donna, 1943-1945. Il convegno e la ricerca, disponibile online: https://www.anpimarche.it/wp-content/uploads/2017/11/Noi-compagne-di-combattimento.pdf A.P. Moretti, Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, affinità elettive, Ancona 2017. L. Pupilli, M. Severini (a cura di), Dizionario biografico delle donne marchigiane (1815-2018), il lavoro editoriale, Ancona 2018.

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