La resistenza nelle Marche

di Jacopo Sciglio

La resistenza nelle Marche durò circa un anno, dal settembre del ’43 al settembre del ’44. A partire dal 9 settembre del ’43 il Cln regionale assunse il ruolo di dirigere una realtà liberata da un ventennio di dittatura. Nello stesso mese venne occupata la sede del «Corriere Adriatico», quotidiano in precedenza fascistizzato. Purtroppo però la direzione antifascista del foglio durò poco, a causa dell’occupazione nazista della regione a partire dalla metà dello stesso settembre. Il 12 settembre ci fu un episodio di resistenza tra i più importanti a livello nazionale ad Ascoli Piceno, di cui si tratta in altra sede. Ci furono diverse forme di resistenza nelle Marche, oltre quella della lotta armata. Un primo esempio si ebbe quando 12.000 soldati italiani, rinchiusi nella caserma Villarey di Ancona dai tedeschi, fu offerto di arruolarsi nella Wermacht in alternativa alla deportazione: la maggior parte si rifiutò.

Un secondo tipo fu la copertura data dagli abitanti ai prigionieri di guerra e agli internati politici scappati dai campi di concentramento, nonostante il rischio di pesanti pene. Un terzo tipo di resistenza fu il rifiuto da parte di molti cittadini dei bandi di lavoro obbligatori emessi dai tedeschi e dei bandi di leva della Rsi. Le Marche diedero un forte contributo alla Resistenza e secondo le stime ufficiali dalla regione adriatica partì un cospicuo aiuto al movimento nazionale partigiano. Analizzando la resistenza armata marchigiana si vede che questa si formò in modo abbastanza spontaneo già dal settembre del ’43, a causa della dissoluzione dell’esercito e della fuga dei prigionieri dai campi di concentramento. Il primo a organizzare le forze partigiane sul modello di quanto avveniva nel nord Italia fu Gino Tommasi, comunista ed ex socialista: tale formazione lasciò successivamente il posto alle formazioni “Garibaldi”, costituite per iniziativa del Pci; queste, peraltro, non erano organizzate come milizie di partito e ciò favorì nelle Marche la partecipazione di una forte componente azionista.

A partire dal gennaio del ’44, Tommasi fu confermato comandante; inoltre fu istituita la figura del commissario politico, con l’obiettivo di educare politicamente e moralmente i partigiani. Il numero dei partigiani aumentò in maniera così consistente che il comando generale di Milano decise che si era raggiunta ormai la consistenza di una brigata. Successivamente, a causa della vastità del territorio, Tommasi scelse di articolare la regione in tre zone: A, B e C. In febbraio fu però catturato dai fascisti di Ancona e mandato a Mauthausen, dove morì. La morte del comandante “Annibale” generò un breve periodo di sbandamento nel Maceratese e portò alla disarticolazione di una della bande più efficienti comandate dal siciliano Emanuele Lena. A marzo si formò la brigata “Spartaco” sotto il comando di Giorgio Gatti, a cui successivamente aderirono tutte le formazioni maceratesi. Il movimento partigiano riprendeva così in breve la sua attività. In aprile il comando generale di Milano promosse la Brigata Garibaldi delle Marche a Divisione e la pose sotto il comando del generale Alessandro Vaia. Le tre zone volute da Tommasi divennero Brigate, rispettivamente: “Spartaco, “Ancona” e “Pesaro”.

A giugno il Cln marchigiano, in accordo con il Cln Dell’Alta Italia, decise di trasformare il comando della Divisione Garibaldi Marche in Delegazione di Comando del Corpo Volontari della Libertà. La vita dei partigiani fu molto difficile: fame, freddo, pericoli e le incomprensioni tra i vari membri dei gruppi furono alcune delle maggiori problematiche che si dovettero affrontare. Nel maggio del ’44 si registrò un forte aumento del numero delle bande. Quattro erano le formazioni di orientamento politico comunista, quattro quelle militari e due quelle apolitiche. La resistenza marchigiana coinvolse tutti: uomini di chiesa, come don Nicola Rilli, carabinieri, come Carlo Alberto Dalla Chiesa, che alla sua prima missione come ufficiale dell’Arma, evitò, informando preventivamente i pescatori, il sequestro da parte dei tedeschi di molte imbarcazioni di San Benedetto del Tronto; alcuni carabinieri furono anche uccisi dai tedeschi e uno dei casi più conosciuti è quello del maggiore Pasquale Infelisi che si rifiutò di prestare giuramento alla Rsi; altri militi dell’Arma presero parte alle attività dei partigiani.

Tra marzo e maggio del ’44 i nazifascisti dispiegarono consistenti forze con l’obiettivo di combattere i partigiani: i rastrellamenti di marzo furono di numero inferiore solo al Piemonte e causarono molte vittime. Le truppe partigiane ebbero un alto grado di consenso da parte della popolazione e ciò è anche dimostrato dal fatto che durante l’occupazione tedesca uscirono ininterrottamente due quindicinali antifascisti, che operavano in totale clandestinità: «L’Aurora», poi rinominato «Bandiera Rossa», e «La Riscossa», testate che fecero registrarono un buon seguito. Un traguardo molto importante della Resistenza fu quello di aver boicottato i bandi di lavoro obbligatori dei tedeschi, emessi con l’obiettivo di deportare manodopera bellica in Germania. Fu condotta anche una vera e propria “battaglia del grano”, cioè fu evitato che il grano marchigiano venisse portato in Germania, distribuendolo alla popolazione. Non meno importante fu il ruolo giocato dai partigiani nel distogliere le truppe nazifasciste dal contrastare l’avanzata degli anglo-americani. Nonostante i rastrellamenti dell’inverno del ’44 i partigiani continuarono la guerra contro gli occupanti.

I tedeschi, con l’obiettivo di garantirsi le vie di comunicazione, cercarono, nel maggio del ’44, di stringere un patto con il comando della brigata “Spartaco” che rifiutò, in quanto risoluto a combattere i tedeschi. Il fatto è importante perché dimostra che non si era in presenza solo di una guerra civile, ma che l’obiettivo principale dei partigiani era combattere l’invasore tedesco. Va sfatata la teoria secondo cui senza i partigiani non ci sarebbero state le rappresaglie da parte dei tedeschi, con il conseguente risparmio di vite umane. Nelle Marche, infatti, le rappresaglie furono solo una piccola parte delle stragi nazifasciste. Molte stragi furono fatte con l’obiettivo di controllare il territorio e sfavorire la renitenza alla leva. La lotta partigiana permise anzi di salvare molte vite umane, perché impedì la deportazione di molti cittadini ed evitò bombardamenti alleati, come a Osimo. Un ruolo fondamentale fu svolto dalle donne. Il loro contributo fu importante per trasmettere ordini e informazioni, supportare la vita delle bande e curare i combattenti.

Alcune parteciparono direttamente come partigiane, talune, come Valkiria Terradura, anche con ruoli di comando. Importanti furono pure le proteste da parte delle donne, prima ad Ancona e poi a Serra de’ Conti: la prima manifestazione fu caratterizzata dal grido “pane, pace”; la seconda si rivelò una protesta contro il fermo di tre giovani che non avevano adempiuto all’obbligo di leva: l’episodio portò all’arresto di Adelaide Fiorani. Il Cln regionale rappresentò il primo governo della regione Marche dal momento dell’Unità, ed ebbe una vita molto vivace. Il Cln pesarese fu caratterizzato dall’egemonia comunista, Partito nato con una base di massa e che aveva assorbito negli anni trenta la base del vecchio Partito socialista. Nel Cln maceratese la figura chiave era il cattolico Mario Fattorini e dal momento della Liberazione questo ruolo passò al liberale Ferdinando Ciaffi.

Il Cln maceratese fu caratterizzato da una dialettica tra bande in cui prevaleva il fattore politico e bande in cui prevaleva l’elemento militare. Ad Ascoli invece il Cln si formò molto tardi perché i tedeschi controllavano bene la città. Molto attivo era invece il Cln di Fermo, che influì molto sull’organizzazione militare della Resistenza (e più avanti sulle richieste di autonomismo da parte dei fermani). La Resistenza, in sostanza, generò una coscienza nuova che tendeva a superare i limiti del campanilismo, favorendo il dibattito autonomistico in sede politica.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, nuova edizione riveduta e ampliata, affinità elettive, Ancona 2008 (1° edizione, 2005); Id., La Resistenza nelle Marche e gli inizi di una coscienza regionale, in M. Severini (a cura di), Guerra, Ricostruzione, Repubblica (1943-53), Aras, Fano 2014, pp. 39-57.

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