La rivolta degli avieri. Ascoli Piceno, 12 settembre 1943

di Rita Forlini

L’annuncio dell’armistizio, l’8 settembre 1943 non sembra provocare particolari reazioni in città. Il cauto e speranzoso ottimismo per la fine della guerra ritenuta ormai prossima, dopo la caduta di Mussolini, va sfumando pian piano nell’arco dei quarantacinque giorni intercorsi sino al 12 settembre. Il periodo badogliano è caratterizzato dall’attività di mantenimento dell’ordine pubblico in cui si impegnano gli organi preposti alla sicurezza pubblica e i reparti militari presenti in città che non fanno registrare diserzioni clamorose come invece accade altrove. Purtroppo le notizie che giungono dal Paese non sono di conforto e tra i giovani ascolani che già da tempo sentivano insopportabile il peso della guerra e l’oppressione del regime fascista, si alza l’allerta. È necessario prepararsi a affrontare la furia tedesca che potrebbe abbattersi anche su Ascoli, così come sta accadendo lungo il cammino di risalita verso il nord delle truppe tedesche, divenute ora nemiche e dunque ancor più spietate; assaltano le caserme, disarmano i militari e li imprigionano portandoli con sé. I documenti scritti all’epoca, da militari e civili mostrano una certa discordanza nella visione della realtà, le relazioni ufficiali non colgono la gravità della situazione.

Dai resoconti del Questore Minervini alla Regia Prefettura si legge quanto segue: […] Il clero mantiene sempre favorevole atteggiamento nei confronti del Governo, internati e sovversivi, anche se un po’ imbaldanziti dalla caduta del fascismo, non hanno dato luogo a rilievi. Fra gli ex fascisti, invece, si nota una forte resistenza ad aderire alle nuove direttive politiche. […] lo spirito pubblico è oltremodo depresso, perché nessuna fiducia si nutre ormai nell’esito vittorioso del conflitto. Il pericolo di ulteriori sbarchi nemici e i recenti bombardamenti aerei su località viciniori hanno evidentemente allarmato la popolazione tutta della provincia, che mal tollera la continuazione della guerra. Il Questore Minervini – Ascoli Piceno, 1 settembre 1943 La relazione redatta successivamente ai fatti del 12 settembre, probabilmente dal Regno del Sud dove era riparato dopo i fatti di Colle San Marco, dal s.tenente Spartaco Perini, classe 1919, 8° Reggimento Alpini, Battaglione Cividale.

Divisione Julia, sopravvissuto alla ritirata dalla Russia: Mi sono trovato nella mia città, Ascoli Piceno, al momento dell’armistizio, ricoverato presso l’Ospedale Militare “Emidio Clementi” in seguito ad una malattia contratta in Russia. Subito dopo la dichiarazione d’armistizio e nei giorni seguenti 9-10 e 11 settembre, si venne a conoscenza dei soprusi compiuti dalle forze armate tedesche nelle varie località italiane contro civili e militari, per cui io, con altri giovani ascolani, la sera dell’11 settembre, data in cui mi feci dimettere dall’ospedale con una licenza di convalescenza di giorni novanta, mi recai dal Comandante del Presidio di Ascoli, colonnello Santanché, onde farci rilasciare delle armi per poter fronteggiare un eventuale attacco alla città da parte dei tedeschi […] alla Caserma Umberto I, dove appunto ci eravamo recati, fummo ricevuti da un gruppo di ufficiali […] alla mia richiesta rispose che tutte le misure per un’efficace difesa erano state già prese e quindi potevamo benissimo tornarcene a casa. […].

La partigiana Dora Tombini, racconta che il 9 settembre erano giunti in città tre ufficiali superiori, nel suo albergo si erano incontrati con i colonnelli del Presidio di Ascoli perché pensavano di creare un nucleo di resistenza proprio nel capoluogo piceno, coinvolgendo le truppe del Presidio che non soffriva di diserzioni. Nelle cantine dell’albergo furono nascoste le armi recuperate al Distretto. Il 12 settembre, una domenica mattina di fine estate, la città apparentemente avvolta nella consueta, un po’mesta atmosfera del giorno festivo di una comunità al quarto anno di guerra: le famiglie a messa, i giovani passeggiano in piazza, molti attendono fuori dalle chiese per ammirare le ragazze all’uscita, diversi sentono presagi tremendi e confabulano su scenari possibili e sull’urgenza di organizzarsi. Improvvisamente il rumore sinistro e moltiplicato del motore di mezzi pesanti richiama l’attenzione. Tutti accorrono verso Piazza Arringo e Piazza Roma per capire cosa sta accadendo.

Da ovest, da Porta Romana, lungo la Salaria si scorgono automezzi tedeschi incolonnati: camionette, una con cannoncino anticarro e antiaereo, sette o otto automezzi cingolati e gommati, diversi armati di mitragliere e tutti zeppi di soldati con le bombe a mano infilate negli stivali e i nastri di proiettili da mitragliatrici incrociati sul petto, a bandoliera. Alcuni ascolani, spaventati, si ritraggono, cercano un riparo allontanandosi dalla zona. Molti trepidanti e incuriositi restano a guardare mettendosi in sicurezza. Spartaco Perini, ufficiale degli Alpini, di famiglia comunista, da sempre pesantemente perseguitata dai fascisti, consapevole dell’urgenza di agire in difesa della città, si precipita in Prefettura per avvertire della presenza tedesca. Poi insieme a molti altri ardimentosi giovani, imbracciano le armi recuperate anche in modo rocambolesco. I militari sbandati giunti in Ascoli, si nascondevano nei portoni per cambiarsi lasciandovi divise e armi di cui dovevano liberarsi. Il sedicenne Adriano Cinelli, preso dall’entusiasmo generoso di combattere contro il nemico viene colpito dal fuoco tedesco e, trasportato all’ospedale militare, muore nelle prime ore del pomeriggio, prima vittima dello scontro.

In seguito verrà insignito di onorificenza al valore militare. La furia tedesca colpisce a sangue anche una giovane donna, Concetta Cafini, compagna di collegio dell’ antifascista, poi partigiana Dora Tombini, mentre transita in prossimità del Distretto, viene colpita da un proiettile rimbalzato dal tetto dell’edificio. Davanti al Distretto i tedeschi radunano sul selciato i fucili requisiti alla caserma e li schiacciano con i mezzi cingolati per renderli inutilizzabili. Si muovono quindi in direzione di corso Mazzini, verso la caserma Umberto I dove l’assalto è sanguinoso, essi riescono a penetrare all’interno, il tenente Albanesi viene ucciso dal parabellum di un ufficiale che finisce dopo poco, crivellato da un mitragliatore. Bombe a mano incendiano e fanno saltare in aria una camionetta degli assalitori, di nuovo incolonnati si rimettono in marcia verso est, diretti alle Casermette dove si trova il battaglione degli averi.

È qui che si verifica l’eroica azione delle giovani reclute. Viene approntata un’imboscata all’altezza del cavalcavia, in Via SS. Filippo e Giacomo, i tedeschi vengono accerchiati e dopo un fuoco di fila durato diverse ore, costretti alla resa. Il bilancio di morti e feriti è pesante: si contano decine di vittime e feriti da ambo le parti. Il successo dell’operazione è esemplare, per il coraggio dei militari, fedeli alla Patria, mentre il Paese è allo sbando e l’Esercito in dissoluzione. La maggior parte dei soldati italiani, rimasti senza comando, si liberano della divisa, abbandonano le armi e si danno alla macchia, tentando, spesso a piedi di riavvicinarsi ai luoghi di provenienza. In Ascoli, i giovani avieri, in eccezionale controtendenza, sono protagonisti di uno dei primi atti di Resistenza al nazifascismo.

Un atto corale che unisce al sentimento di attaccamento alla patria, di osservanza del giuramento di fedeltà al Paese di quelli, l’incontenibile entusiasmo di tanti ascolani insofferenti all’oppressione che si uniscono spontaneamente nel comune intento di sconfiggere il nemico e proteggere la propria città. Resta l’amarezza delle decisioni prese dalle istituzioni civili e militari che, il giorno successivo, in seguito a trattative molto accomodanti, accordano, funerali congiunti dei caduti di ambo le parti, con gli onori delle armi, poi riarmano i tedeschi e li lasciano liberi di riprendere la loro marcia. Di lì ad un mese questi torneranno nuovamente, con intenti e mezzi distruttivi. Questa volta, con un feroce attacco a tenaglia condotto dalla Divisione Hermann Göring, faranno strage di oltre una trentina di giovani partigiani che dal tredici settembre si erano radunati sul Colle San Marco sotto la guida del comandante Spartaco Perini. Una pagina importante di storia cittadina, paradigma della storia del nostro Paese.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Bugiardini, La città e il Colle, Il Lavoro Editoriale, Ancona 2013; R. Giacomini, La Resistenza nelle Marche e gli inizi di una coscienza regionale, in M. Severini (a cura di), Guerra, Ricostruzione, Repubblica (1943-53), Aras, Fano 2014, pp. 39-57; R. Giacomini, S. Pallunto (a cura di), Guerra di Resistenza, Istituto di storia del movimento di liberazione nelle Marche, Ancona 1997; G. Marinelli, Dizionario toponomastico ascolano, D’Auria, Ascoli Piceno 2009.

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