La strage dimenticata

di Marco Severini

Il territorio marchigiano è stato costellato da una serie di stragi che le truppe nazifasciste hanno compiuto soprattutto nel 1944, quando si trovavano in una fase di ripiegamento verso la Linea Gotica, a causa dell’incalzante avanzata delle truppe alleate. Se ogni provincia marchigiana ha purtroppo inserito nella memoria collettiva un evento sanguinoso e stragista, la storia e la memoria di quanto avvenne nella zona di Camerino tra la primavera e il giugno del ’44 è stata riscoperta e ricostruita solo di recente.

Questa pagina di storia, per troppo tempo abbandonata, coniuga la narrazione di un crimine efferato compiuto nella zona pedemontana di Camerino e la vicenda eroica di Ernesto Bergamin, brigadiere dei carabinieri. Nato a Savigliano il 26 febbraio 1909, figlio di Cesare e Regina Marchisono, Ernesto era arrivato, con il grado di carabiniere, presso la stazione di Camerino il 23 ottobre 1933, proveniente dal Comando di Ancona; il 10 ottobre 1935 si era recato preso la Scuola Sottufficiali di Firenze e, poi, promosso vice brigadiere, era stato destinato al comando della stazione di Visso, località a 600 metri sul livello del mare situata a 23 km da Camerino. In realtà, nel piccolo centro pedemontano Bergamin non giunse mai poiché venne trattenuto in servizio provvisorio presso il Comando Compagnia di Camerino in qualità di scrivano.

Nel 1938 Bergamin fu trasferito in Libia e rientrò al Comando di Ancona nel 1942. Il maresciallo Vincenzo Ricci che lavorò con lui in due distinti periodi presso il Comando di Ancona, così lo ha descritto in riferimento proprio al framgemnte del ‘42: Di carattere gioviale, intelligente, leale, di specchiata onestà, era da tutti benvoluto e stimato. I superiori lo apprezzavano perché lavoratore appassionato. Sempre il primo ad offrirsi nei più svariati servizi, dai più semplici ai più delicati.

Si sposò con Lucia Santacchi di Camerino, nata nel 1905, da cui ebbe una figlia Anna Maria, nata a Camerino il 10 novembre 1942, anno in cui, come detto, il brigadiere era già rientrato al Comando di Ancona. Dopo gli eventi dell’8 settembre, secondo la testimonianza del maresciallo Vincenzo Ricci, Bergamin manifestò aperta avversione verso la Rsi e, dopo il primo bombardamento su Ancona del 16 ottobre 1943, si prodigò «fino a tarda ora» per soccorrere la popolazione e per estrarre dalle macerie morti e feriti.

Durante numerose altre incursioni, Bergamin si spese coraggiosamente e in uno di questi drammatici frangenti si caricò sulle spalle un carabiniere gravemente ferito e lo portò all’ospedale. Avendo richiesto di essere trasferito a una stazione dipendente dalla Compagnia di Camerino, nella cui zona operavano partigiani con cui era già in contatto, Bergamin venne destinato a Ussita ma, transitando per Camerino nella tarda primavera del 1944, venne trattenuto dal comandante di quella stazione, il capitano Vittorio Gabrielli, proprio agli inizi di giugno, poco prima che la caserma venisse abbandonata dai militi e successivamente saccheggiata dai civili.

Non è chiaro il motivo per cui Bergamin rimase trattenuto, ma il memoriale Fattorini ha adombrato l’ombra del controspionaggio a favore del governo del Sud. Infatti, quando il capitano Gabrielli venne trasferito a Macerata tra febbraio e marzo, assunse il comando della caserma dei carabinieri di Camerino il tenente Walter Pizzi, probabilmente legato a un’attività di controspionaggio con il governo del Sud che organizzava il passaggio verso sud di inglesi e militari sbandati. Fatto sta che dopo l’abbandono della caserma di Camerino, i carabinieri della stazione si trasferirono, spogliandosi della divisa, a Pozzuolo dove era attivo il Battaglione “Fazzini”. In questa zona appenninica all’indomani dell’8 settembre, si erano costituite formazioni partigiane per opera di alcuni antifascisti che avevano offerto rifugio ai giovani renitenti alla leva, ai soldati sbandati e agli ex prigionieri scappati dai campi di concentramento; nella limitrofa Serrapetrona, già la sera del 9 settembre, si era formato un gruppo di una sessantina di combattenti (una ventina di giovani stranieri e una quarantina di uomini del posto) guidato dal vice parroco don Nicola Rilli.

A queste seguirono altre bande partigiane alle quali si unirono i carabinieri di Camerino comandati dal maresciallo maggiore Umberto Giammatteo, cinquantaduenne nativo di Velletri. Si trattava di una zona strategica, comprendente la statale 77, collegante la via Flaminia all’Adriatico, e la strada della Valnerina, che partendo da Terni raggiungeva la statale 77 passando per Visso e Pievetorina, arterie di rilevanza strategica per i tedeschi poiché erano le sole che permettevano lo spostamento di mezzi e truppe dall’Adriatico al Tirreno e dal sud al nord. Gli scontri tra resistenti e nazifascisti si susseguirono intensamente in questa zona e nelle contermini: l’assalto partigiano alla caserma militare portato agli inizi del ’44 dalle formazioni di Massa e Foligno, contribuì a irrigidire il clima tra le parti in lotta. Tuttavia, a Camerino l’azione di propaganda antifascista venne ostacolata dalla pressante vigilanza delle autorità locali che potevano contare su un consistente presidio militare.

Agli inizi di giugno giunsero nel territorio camerte, proprio attraverso la Statale 77 e la Valnerina, i reparti tedeschi in ritirata da Roma: il comando nazista si insediò a Camerino il 12 giugno 1944, stabilendosi nella Casa dello Studente, istituì postazioni contraeree e utilizzò grossi contingenti di alpini, gli alpinjäger, specializzati nei rastrellamenti e nelle operazioni di antiguerriglia. Di lì a poco, il 21 giugno, sotto l’incalzare delle truppe alleate, si ebbe un primo scontro fra inglesi e tedeschi che riportarono in questa azione quattro morti; tuttavia, i britannici, inferiori di numero, si ritirarono nella vicina Serravalle, distante appena 12 km da Camerino. La stessa popolazione civile incominciò a risentire del brutale inasprimento della situazione: a Palentuccio alcuni giovani spogliarono il cadavere di un soldato tedesco e si impossessarono della sua mitragliatrice: questo bastò per una rappresaglia tedesca che portò all’uccisione di tredici civili.

A seguito degli scontri precedenti, i partigiani avevano catturato alcuni soldati tedeschi poi trattenuti come «prigionieri di guerra» in alcune abitazioni nei pressi di Pozzuolo: quando la notizia giunse ai comandi nazisti, questi si mossero per liberarli, dando luogo a una «feroce rappresaglia» contro la popolazione del luogo e i partigiani. L’azione tedesca era stata preparata per le prime ore del mattino del 25 giugno. Però, gli eventi precipitarono il 24 giugno, giorno della festa di San Giovanni, particolarmente sentita da queste parti cosicché la maggior parte dei paesani si recarono a messa. Al termine della funzione, mentre la gente stava uscendo, il vivace suono delle campane allarmò il comando tedesco che, posizionato sulle alture circostanti, vi colse un «avviso di “allerta” per i “ribelli”»; pertanto aprirono il fuoco, anticipando l’azione programmata contro le formazioni partigiane.

Una prima granata scoppiò improvvisamente sul sagrato della Chiesa e a questa seguì un intenso fuoco da parte di due mitragliatrici, determinando la fuga dei presenti terrorizzati verso la montagna; i tiri dei mortai da 81 e l’artiglieria leggera spaziarono ovunque, ma «con particolare abbondanza»22 verso le chiese e le case parrocchiali. I partigiani del battaglione “Fazzini” giunti da poco a Letegge e Pozzuolo e rifocillati dalla popolazione, furono disorientati da quell’attacco improvviso e, consapevoli della loro inferiorità numerica, si sparpagliarono lungo diverse direzioni. Nel pomeriggio il fuoco cessò: i tedeschi raggiunsero Pozzuolo e snidarono i partigiani casa per casa, uccidendone quindici: a uno di loro, Alessandro Sabbatini, vedetta del Battaglione, prima di fucilarlo, furono cavati gli occhi poiché portava come distintivo un binocolo appeso al collo. Intanto altri gruppi di tedeschi assaltarono i villaggi vicini di Statte e Leteggiole, dove 18 partigiani furono fatti prigionieri, messi in fila e condotti a Letegge; in questo luogo alla fine, tra partigiani, capi famiglia e semplici contadini, 43 persone furono arrestate e fatte salire a Capolapiaggia: qui esse dopo che alcuni partigiani furono riconosciuti come tali da alcuni ex prigionieri tedeschi, vennero passate per le armi.

Mentre tutti gli altri carabinieri si trovavano in salvo a Serrapetrona con il battaglione “Fazzini”, il brigadiere Ernesto Bergamin, sotto l’intenso fuoco tedesco, mise in salvo, a rischio della propria vita, donne, vecchi e bambini di Pozzuolo in preda al panico. Dopo aver compiuto tale azione, il brigadiere tentò diraggiungere il suo battaglione che, come detto, stava ripiegando sotto l’urto delle preponderanti truppe naziste, riuscendo peraltro a porre in salvo «l’85% della propria forza numerica». Bergamin venne intercettato dai tedeschi: fatto prigioniero con l’arma in pugno sulla via di Statte, i tedeschi tentarono di disarmarlo, ma il brigadiere rispose: un soldato, un carabiniere, non abbandona la sua arma che con la morte: mi potrete uccidere, ma l’arma, la mia arma non la cedo a nessuno.

Una raffica di mitra freddò Bergamin che morì stringendo in pugno l’arma difesa con la vita, arma che i tedeschi lasciarono nella sua mano: un’enorme pozza di sangue indicò per molti giorni il luogo dove rimase la sua salma insieme a quelle di altri quattro uomini. A Bergamin venne proposta la medaglia d’argento, su richiesta avanzata fin dal 1945, ma la pratica non andò in porto. Sul luogo dell’eccidio venne eretta una lapide in marmo riportante il nome suo e della sessantina di persone tra «patrioti, popolani e studenti» che consacrarono «sotto l’infuriare del piombo tedesco questa terra alla liberazione della patria».Negli anni Settanta del secolo scorso, il Comune di Camerino intitolò all’eroico brigadiere una sua via; nel 1973 è stata avanzata la proposta di concessione al Bergamin della medaglia d’oro al valor militare, ma anche questa finì come la precedente. La figlia di Bergamin, Anna Maria, che all’epoca non aveva neanche due anni, poi professoressa nelle scuole medie, trasferitasi nel 1992 a Porto Recanati, ha iniziato un lavoro di ricerca insieme a Mario Mosciatti, ex dirigente dell’Enel e presidente dell’Anpi locale, appassionato cultore di storia. La vicenda di Bergamin ha riaperto la pagina dei tragici eventi accaduti nella zona di Camerino nel giugno del’44 e indicato agli studiosi nuovi itinerari di ricerca.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, nuova edizione riveduta e ampliata, affinità elettive, Ancona 2008 (1° edizione, 2005); M. Severini, Il filo sottile. Legami di famiglia, intrecci di storia, Pensiero e Azione Editore, Senigallia 2015, pp. 86-96; A.M. Bergamin, M. Mosciatti, Ernesto Bergamin, carabiniere e partigiano, in «Storia delle Marche in età contemporanea», n. 7, 2015, pp. 116-128

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