Liberazione e Resistenza nelle Marche

di Marco Severini

La Liberazione delle Marche si sviluppò tra il settembre del 1943 e il settembre del 1944 nel più ampio quadro dell’offensiva sferrata dalle truppe alleate alla Linea Gotica, che correva tra l’Adriatico (Pesaro) e il Tirreno (Massa Carrara): tale offensiva puntava a distruggere questa Linea, annientando le forze tedesche attraverso una manovra a tenaglia, liberare la via di Venezia e Trieste e portare le truppe anglo-americane attraverso il varco di Lubiana a Vienna e nei Balcani così da anticipare l’arrivo dell’Armata rossa. Alcuni dei suoi protagonisti definirono tale offensiva «la più grande battaglia di mezzi mai combattuta in Italia», visto che ad essa presero parte 900.000 soldati alleati – di cui i 4/5 inglesi, ma compresi pure le truppe italiane del regio esercito, partigiani, militi repubblichini e irregolari –, appoggiati da migliaia di cannoni, areri e carri armati, contro circa 300.000 tedeschi.

La Liberazione della periferia adriatica si inscrisse nella prima parte di questa offensiva, quella che portò alla cosiddetta battaglia di Rimini, e che costò circa 100.000 su entrambi i fronti. Questa offensiva, tuttavia, fallì, facendo successivamente ristagnare le operazioni militari nel territorio tosco-emiliano-romagnolo a causa delle divergenze politiche tra il presidente statunitense Roosvelt e il premier britannico Churcill, dell’incerta ed esitante conduzione militare alleata nonché del sistema difensivo tedesco. Le truppe alleate fecero il loro ingresso nel territorio marchigiano verso le metà del giugno 1944 e alla fine dell’agosto successivo si trovavano sotto Pesaro per scagliare la grande offensiva verso la Gotica. Si trattò, in sostanza, di un paio di mesi che fecero seguito però a un lungo periodo, iniziato dopo l’8 settembre 1943, nel corso del quale si registrarono avvenimenti particolarmente importanti per un territorio che, dopo le guerre risorgimentali, era tornato ad essere sfiorato dalla grande storia solo allo scoppio della Grande guerra.

L’occupazione tedesca, con le pesanti conseguenze sulla popolazione determinate dalla requisizione di tutto ciò che aveva valore; i considerevoli bombardamenti che colpirono soprattutto le città principali, le cittadine litorali e gli insediamenti industriali (solo ad Ancona si ebbero 1.182 vittime civili tra l’ottobre 1943 e il luglio 1944); la terribile realtà dei campi di internamento, deportazione e concentramento, realtà a lungo dimenticata o sottovalutata dagli storici; la mobilità incontrollata che caratterizzò il territorio marchigiano tra le migliaia di prigionieri scappati dai campi, l’esodo disordinato dall’area costiera e, in particolare, dai centri urbani principali, che presto si trasformò in un’autentica fuga; i combattimenti e le morti causate dagli scontri tra partigiani e nazifascisti; il cumulo di privazioni, morti, sofferenze e distruzioni che il transito dell’occupazione tedesca prima e della guerra mondiale poi comportarono, crearono tra i marchigiani profondi sentimenti di spaesamento, inquietudine e rassegnazione.

Fu insieme una profonda cesura storica e un articolato trauma esistenziale che frantumò il tradizionale isolamento della civiltà mezzadrile, infliggendo pesanti danni materiali alla periferia adriatiche (contabilizzati in circa 60 miliardi di lire), mettendo fuori uso il sistema economico-produttivo locale e assestando un colpo ferale alla rete delle comunicazioni e dei trasporti, al patrimonio urbanistico pubblico e privato, a quello zootecnico e, soprattutto, alla popolazione civile. L’ambiente che ospitò la vicenda questo traumatico transito era un territorio prevalentemente collinare e montuoso, difficile da attraversare, sia per le asperità morfologiche che per l’arretratezza della rete stradale: per un verso, ciò avvantaggiò i partigiani nella difesa delle bande e nell’attuazione di attacchi improvvisi nei confronti dei convogli in transito, mentre i nazifascisti affrontarono seri problemi per mantenere stabili presidi; per l’altro, anche in considerazione della presenza di una società rurale isolata e frantumata, il movimento resistenziale vide estremamente complicati sia i propri spostamenti verso i centri abitati sia i collegamenti (con i Cln) e i rifornimenti. Infine, non può mancare una riflessione storiografica.

Se, da una parte, le caratteristiche del movimento resistenziale nelle Marche hanno alimentato fin dagli anni sessanta e settanta una serie di studi che sono stati, successivamente, incrementati dalle ricerche poste in essere dagli storici che si sono formati presso gli Istituti marchigiani per la storia del movimento di liberazione, dall’altra si è assistito a una progressiva marginalità – quando non completa assenza – della regione adriatica nei recenti libri sulla Resistenza. A ciò ha posto rimedio l’ultima generazione storiografica, ricostruendo le vicende resistenziali nei territori per lungo tempo dimenticati dalla ricerca. Il contributo offerto dalla Resistenza marchigiana al movimento di liberazione nazionale è stato ampio, profondo, sotto certi aspetti originale e fondante una nuova coscienza regionale.

Nell’arco come detto di un anno, la Resistenza marchigiana si articolò come un processo convergente di iniziative dal basso e dall’alto; conobbe fasi di difficoltà, crisi e stallo insieme ad altre di sviluppo e di potenziamento, transitando dagli obiettivi delle prime bande (reperimento di armi, equipaggiamento e viveri; iniziative difensive) verso una maggiore determinazione alla lotta armata da cui scaturirono azioni di guerriglia, sabotaggio, di vera e propria offensiva; si diede un’organizzazione politica e militare che divenne sempre più efficiente, anche se non fu aliena da contrasti e divisioni e da un autonomismo delle bande particolarmente accentuato nelle estremità settentrionali e meridionali della regione; risultò condizionata dai rapporti problematici instauratisi tra resistenti e truppe alleate, tra Cln e movimento partigiano, tra chi aveva abbracciato le armi per costruire un’Italia democratica e un nemico forte ed equipaggiato (nella lotta antipartigiana, i nazifascisti impiegarono circa 10.000 uomini, di cui 7.000 tedeschi e 3.000 repubblichini), senza dimenticare le dialettiche instauratesi con le istituzioni locali, dalla Chiesa e dal basso clero all’Arma dei carabinieri, e con i numerosi prigionieri, per lo più slavi, fuggiti dai campi di prigionia e di internamento.

Fin dall’inizio del processo resistenziale emersero nelle Marche, accanto a quella organizzata e disciplinata dai rappresentanti dei maggiori partiti antifascisti e da ufficiali dell’esercito, diverse forme di resistenza: ci fu quella dei soldati dell’esercito italiano che, dopo la breve fase dei patti di pacificazione con i fascisti all’indomani dell’8 settembre, furono catturati e rifiutarono di essere arruolati nell’esercito tedesco, scelta che comportò la loro deportazione in Germania; ci fu quella della popolazione marchigiana che, dando ospitalità a migliaia di prigionieri di guerra fuggiaschi, rischiò di persona la vita, a fronte delle continue minacce tedesche di morte e rappresaglia; ci fu, ancora, il rifiuto generalizzato dei bandi di lavoro obbligato emessi dai tedeschi già nel settembre ’43 e dei successivi bandi di leva della Repubblica sociale italiana. Sul piano organizzativo, la Concentrazione antifascista – guidata dall’avvocato repubblicano Oddo Marinelli, classe 1888 ma «uomo del futuro», capace di interpretare i tempi nuovi – diede luogo al Comitato di liberazione nazionale nelle Marche, sotto la guida militare del quarantottenne comunista Gino Tommasi, con responsabilità e ruolo di direzione regionale. Nonostante l’impegno di Tommasi, figura carismatica di estrazione borghese, apparve subito evidente la divaricazione tra il partigianato, per lo più comunista o espressione di militari scarsamente propensi ad accettare unicità di comando e di riferimento politico, e il Cln marchigiano diretto da Marinelli, legato a una strategia di subordinazione agli ordini dei comandi alleati e dunque su posizioni attendiste: la presenza dei commissari politici nelle bande costituì un forte elemento di contrasto.

I nazifascisti operarono efferate stragi a danno di resistenti e civili, ma nei primi mesi del’44 si registrarono vittorie consistenti per i partigiani: gli attacchi al treno di Albacina e alla stazione elettrica di Bellisio Solfare, gli scontri armati contro i tedeschi a Piobbico e Chigiano, le diverse interruzioni stradali e ferroviarie operate nella Vallesina. Epopea di uomini e di donne, combattuta sui monti come lungo la fascia costiera, dove gli occupanti erano più forti, la Resistenza marchigiana, pur nel quadro unitario delle “Garibaldi”, conobbe una forte dialettica politica al proprio interno, animata dall’elemento monarchico-badogliano nel Maceratese (con figura chiave del Cln il cattolico Mario Fattorini), da quello azionista nell’Anconetano, mentre nel Pesarese si registrò la netta prevalenza dell’organizzazione comunista; nel Piceno prevalse l’autonomismo militare, favorito dal tradizionale dualismo tra Fermo e Ascoli.

La clandestinità, lo sfollamento, la precarietà dei collegamenti e il progressivo trasferimento del fronte resero travagliata la vita del Cln marchigiano che si sviluppò attraverso tre fasi: la prima si basò sull’accordo sostanziale tra comunisti e azionisti, con una dunque prevalente influenza di sinistra, e durò fino al febbraio 1944 (arresto di Tommasi, poi deportato a Mauthausen dove morì il 5 maggio 1945); una seconda fu invece caratterizzata dalla crisi dei rapporti tra i due suddetti partiti e culimnò nell’incontro-scontro tra Vaia e Amato Tiraboschi (già vice di Tommasi); un’ultima fu contrassegnata dall’emergere di una forza militare-monarchica, basata su una struttura autonoma di ufficiali attendisticamente resistenti.

Infine, pur tra peculiarità e differenze, il fenomeno resistenziale svolse progressivamente un’azione di coagulo e aggregazione sul piano politico, rappresentando nell’occupazione tedesca il primo governo di fatto dai tempi del commissario piemontese Lorenzo Valerio, dando vita alle prime voci di una stampa libera regionale (nella clandestinità uscirono tra notevoli difficoltà «L’Aurora», «La Riscossa», «Il Fronte della Gioventù», «Italia nuova») e creando quindi le premesse per il superamento del centralismo autoritario e del tradizionale campanilismo, a tutto vantaggio delle istanze regionalistiche che avrebbero trovato nuova linfa nell’attività costituente e nei decenni dell’Italia repubblicana e democratica. Gli stessi numeri testimoniano l’ampiezza del fenomeno resistenziale nella regione. Dalle Marche provenne tra il 5% e il 6% del movimento nazionale partigiano, più del doppio della media italiana, e in esse operarono complessivamente 5.000 resistenti, 900 dei quali morirono insieme a 300 civili in conseguenza delle rappresaglie nazifasciste; 600 marchigiani, inoltre, si arruolarono nel Corpo italiano di liberazione (e 32 di questi caddero in azione).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
P. Giovannini, D. Pela, Marche, in Dizionario della Resistenza. I., Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000, pp. 424-31; L’8 Settembre nelle Marche. Premesse e conseguenze, a cura di P. Giovannini, il lavoro editoriale, Ancona 2004; La guerra nelle Marche 1943-1944, a cura di S. Sparapani, il lavoro editoriale, Ancona 2005; L. Gorgolini, Emozioni di guerra. Le Marche di fronte ai grandi conflitti del Novecento, Carocci, Roma 2008; R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, nuova edizione riveduta e ampliata, affinità elettive, Ancona 2008 (1° edizione, 2005); La Resistenza in una periferia. Senigallia e il suo circondario tra 1943 e 1944, a cura di M. Severini, Aras, Fano 2014.

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