Stragi nazifasciste nelle Marche

di Ilaria Cesaroni

Il territorio marchigiano fu teatro di numerose stragi durante la seconda guerra mondiale, perpetrate nel periodo della Resistenza da parte delle truppe nazifasciste. Ogni provincia, ogni periferia di questo territorio ha avuto le sue stragi e in questa sede ci occupiamo di alcune efferate che non solo si sono radicate nella memoria collettiva ma sono state assunte, sul piano storiografico, quasi a simbolo di quel violento e drammatico frangente bellico. Una di queste stragi si verificò a Fragheto, borgo e frazione del Comune di Casteldelci, situato nella zona appenninica a cavallo tra Marche e Romagna, e comportò l’uccisione di trenta abitanti e quindici partigiani. Nei primi giorni di aprile del 1944, nell’ambito dell’operazione di rastrellamento che portò alla temporanea disgregazione della Brigata Garibaldi Romagnola, il comando partigiano venne informato che ingenti forze nazifasciste avevano cominciato rastrellamenti massicci nella zona tra il monte Fumaiolo e Casteldelci.

I partigiani decisero di affrontare il nemico risalendo le alture circostanti in località Calanco: giunti in posizione favorevole, attaccarono di sorpresa i reparti tedeschi. Nello scontro a fuoco morirono numerosi tedeschi e tre partigiani. Nelle ore successive del 7 aprile, quattordici soldati tedeschi, giunti nella frazione, entrarono in molte case e uccisero in rapida sequenza 30 persone, sterminando intere famiglie: su 75 abitanti del paese furono uccisi 15 donne, 7 bambini, 6 vecchi e 2 giovani. I giovani e gli uomini del borgo si erano in precedenza nascosti nelle vicinanze, perché avvisati dai partigiani di un’imminente incursione nazista e, forse sottovalutando i tedeschi, essi avevano pensato che nulla sarebbe stato fatto a donne, bambini e vecchi e che solo gli uomini sarebbero potuti diventare oggetto di rappresaglie in quanto possibili partigiani. Sempre a Fragheto, durante la medesima operazione militare, furono uccisi dai tedeschi 5 partigiani catturati nei giorni precedenti.

Altri otto giovani, partigiani o renitenti alla leva repubblicana, furono fucilati dai fascisti lungo la strada durante lo spostamento verso Casteldelci. L’eccidio di Fragheto, nelle testimonianze della popolazione e dei partigiani, costituisce un esempio di memoria divisa tra il ricordo dei partigiani e quello della popolazione: da una parte c’è chi tende a riversare indirettamente la responsabilità della strage sui partigiani che il giorno precedente erano passati a Fragheto e si erano fermati per proseguire il giorno successivo, tacendo tuttavia sulla barbara ritorsione su vittime innocenti che invece fu direttamente perpetrata dai nazifascisti; dall’altra parte c’è la memoria dei partigiani i quali, nonostante l’inferiorità delle proprie forze rispetto ai tedeschi che li inseguivano, ricordano di aver deciso di attaccare per primi sulle alture, ma lontani dal paese. L’episodio, nelle modalità in cui si svolse, si allinea ad altri eccidi simili perpetrati durante la guerra sull’Appennino centrale tra cui quelli di Tavolicci, Civitella in Val di Chiana e Sant’Anna di Stazzema.

Un’altra strage si ebbe subito dopo l’8 settembre 1943 nei pressi di Arcevia, località collinare a 600 metri in provincia di Ancona, dove si costituirono i primi nuclei partigiani grazie alla presenza di un locale Comitato di Liberazione Nazionale. Le prime azioni partigiane furono dirette al recupero delle armi, all’assistenza di prigionieri stranieri, fuggiti dai campi di concentramento e degli sfollati, e all’approvvigionamento di viveri per la popolazione. I primi mesi del ’44 continuarono a essere febbrili per i partigiani di Arcevia e dintorni. Infatti, proprio lì e in altre località del Comune dopo oltre vent’anni si poté celebrare con canti e sventolio di bandiere la giornata del 1º maggio, festa simbolo dei lavoratori. Questa situazione aveva così allarmato e gettato nel panico il presidio fascista di Arcevia, le autorità repubblichine e i collaboratori civili dei nazifascisti da indurli a richiedere rinforzi alle SS tedesche per una lezione esemplare e radicale alle forze partigiane.

Dopo che i partigiani si divisero le zone di azione (nei pressi di Genga, Serra de Conti e Arcevia), il 3 maggio 1944 avvenne un fatto sconcertante. Una formazione partigiana proveniente da Vaccarile di Ostra, nell’ambito di una riorganizzazione di tutte le forze partigiane locali, doveva raggiungere San Donnino, ma giunta in camion a Montefortino decise di fermarsi al Monte Sant’Angelo, pernottando in casa colonica. Alle prime luci dell’alba del 4 maggio 1944 circa 2.000 soldati tedeschi e fascisti con autoblinde, cannoni, mortai e lanciafiamme diedero l’assalto al Monte Sant’Angelo. Nei pressi di una casa colonica si accese una cruenta ed impari battaglia: soltanto alcuni partigiani riuscirono a rompere l’accerchiamento e a mettersi in salvo; tutti gli altri persero la vita. Dopo aver portato a termine il massacro di Monte Sant’Angelo, i nazifascisti si portarono a Montefortino, dove furono prima torturati e poi uccisi altrettanti partigiani. Nei giorni successivi vennero fatti prigionieri altri 70 giovani arceviesi, condotti nel campo di concentramento di Sforzacosta (Macerata).

L’analisi storica della documentazione disponibile e delle testimonianze riconduce il tragico avvenimento all’interno di questa interpretazione: da una parte la sicurezza delle forze partigiane nel controllo del territorio, dall’altra la sottovalutazione del pericolo costituito dall’azione dell’esercito tedesco in ritirata dal sud delle Marche, che, coadiuvato dai più tenaci sostenitori del regime, tendeva a fare terra bruciata alle sue spalle. Altra strage si registrò nel Maceratese. Il 22 marzo 1944, 27 uomini, tra partigiani di vecchia data e giovani giunti in montagna da meno di un mese, persero la vita per mano di un reparto di un battaglione inquadrato nella divisione tedesca Brandenburg. Ancora oggi è opinione diffusa che si sia trattato di una rappresaglia volta a vendicare l’episodio di violenza avvenuto a Muccia un mese prima, il 23 febbraio. In realtà, per comprendere la natura e le ragioni di questa strage, è necessario inserirla nel contesto politico-militare delle Marche. Essa avvenne nel corso dell’offensiva nazifascista che tra il mese di marzo e quello di aprile si dispiegò nelle provincie meridionali: dopo Rovetino, Pozza e Umito, le operazioni di rastrellamento continuarono nel territorio maceratese tra Caldarola e Sarnano. Dal punto di vista militare si trattava di una zona strategica, importante al fine dei collegamenti con il fronte di Anzio.

Per questo appariva necessario stroncare le formazioni partigiane che vi operavano, spesso compiendo azioni di disturbo e di sabotaggio ai danni dei convogli tedeschi. Oltre a rientrare tra le cosiddette operazioni militari preventive, l’eccidio di Montalto aveva anche l’obbiettivo di impressionare e terrorizzare la popolazione locale, minando le basi d’appoggio per i partigiani e costringere i giovani a presentarsi ai bandi di leva o come forza lavoro da inviare in Germania. Proprio nei giorni di marzo un gruppo di ragazzi, per la maggior parte originari di Tolentino, partì per la montagna: indirizzati dal parroco tolentinate don Luciano Piergentili e dal CLN di Tolentino, si stabilirono a Montalto di Cessapalombo; nel giro delle prime settimane di militanza partigiana, dovettero affrontare non pochi problemi organizzativi e logistici e, al momento della strage, si trattava ancora di un gruppo in formazione. Dal 19 marzo si diffuse la notizia dell’accaduto e si susseguirono gli allarmi di un prossimo rastrellamento della zona, che iniziò effettivamente il 22 marzo.

Cominciò la fucilazione, e anche i catturati a Caldarola si trovarono sotto il plotone di esecuzione. Verso la fine il tenente Fischer la sospese, probabilmente non per uno slancio di umanità, ma per ragioni pratiche: la strada era ingombra di cadaveri e i camion che dovevano muoversi erano impossibilitati a farlo; si dovette quindi procedere immediatamente con lo spostamento dei corpi. Nella giornata del 22 marzo morirono tra Vestignano e Montalto trenta giovani. Infine ci si sposta ora in provincia di Ascoli Piceno. L’11 marzo una colonna tedesca accerchiò Pito, Pozza e Umito. Un battaglione tedesco attaccò Pozza di Acquasanta all’alba, casa per casa, cercando armi ed uomini. Furono incendiate undici case di contadini accusati di aver dato ospitalità ai partigiani, furono razziati cibo e denaro, ammazzato chiunque tentasse la fuga.

Otto uomini morirono davanti alle loro case, erano tutti disarmati e furono uccisi senza pietà. Intanto gli uomini trovati nascosti vennero avviati verso un grosso magazzino poco distante dal paese dove li avrebbero fucilati e avrebbero poi bruciato i loro corpi. Tuttavia, in maniera inaspettata, i nazisti abbandonarono i loro prigionieri e si diressero verso Umito, dove i partigiani della banda Bianco stavano attaccando la formazione tedesca. Lo scontro fu violento. I tedeschi persero una trentina di uomini e sfogarono la loro rabbia sulla popolazione civile, incendiando le case con bombe e bengala. Bruciarono viva anche una bambina di undici mesi. Nell’attacco a Pozza e Umito persero la vita 12 abitanti del posto e più di 30 partigiani, tra cui 15 jugoslavi. Anche in questo caso, sul numero esatto di partigiani morti non esiste tra gli storici una versione univoca. Sui luoghi degli scontri sorge ora un cimitero partigiano in cui sono seppelliti tutti insieme partigiani e civili, italiani, slavi, inglesi, greci e americani.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, nuova edizione riveduta e ampliata, affinità elettive, Ancona 2008 (1° edizione, 2005); Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (a cura di), Le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione, Carocci, Roma 2013; Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), a cura di G. Fulvetti e P. Pezzino, il Mulino, Bologna 2017, ad indicem.

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